Le insorgenze del 7 luglio 1809 a Rovigo: la giornata che incendiò il Polesine

Il giorno in cui Rovigo venne assaltata





Il 7 luglio 1809 rappresenta uno dei momenti più drammatici della storia del Polesine.

Per un'intera giornata Rovigo fu occupata da centinaia di insorti provenienti da gran parte del territorio polesano. Gli archivi pubblici furono incendiati, le carceri aperte, le case perquisite e la città precipitò nel caos.

L'analisi incrociata delle cronache di Carlo Bullo e della documentazione originale delle municipalità permette oggi di ricostruire con maggiore precisione lo svolgimento degli avvenimenti e di individuare il ruolo svolto dai diversi gruppi insurrezionali.

Ore 6.00 – L'ingresso da Porta d'Arquà

Alle prime luci dell'alba circa 800 insorgenti entrano in Rovigo da Porta d'Arquà, provenendo da Arquà, Grignano e Villamarzana. Le botteghe chiudono immediatamente mentre gran parte della popolazione si rifugia nelle abitazioni.

I rivoltosi occupano sistematicamente tutti gli edifici che rappresentano il potere napoleonico: Vice Prefettura; Municipio; Tribunale; Commissariato di Polizia; Estimo; Giudicatura di Pace; Cancelleria; Uffici delle Acque; Registro e Ipoteche. Archivi, registri e documenti vengono trascinati nelle piazze e dati alle fiamme. Le campane delle chiese iniziano a suonare a martello senza interruzione fino al giorno seguente.

Vengono inoltre aperte le carceri cittadine e circa novanta detenuti vengono liberati. Tra gli uomini di questa prima colonna figurano anche personaggi che saranno successivamente condannati a morte dalle autorità austriache, tra cui Policarpo Dainese, guardiano di Arquà, e Berto il Macellaio di Grignano.

Ore 12.00 – La colonna di Sant'Apollinare

Verso mezzogiorno altri 500 insorgenti fanno ingresso in città da Porta San Bortolo, provenendo da Sant'Apollinare. Comincia la fase più dura dell'occupazione. Le abitazioni vengono perquisite ripetutamente alla ricerca di denaro, armi, viveri e beni preziosi.

Secondo le stime ufficiali i danni economici raggiunsero 558.919,86 lire italiane, equivalenti, considerando il contenuto in argento della lira napoleonica, a circa quattro milioni di euro ai valori attuali del metallo prezioso. Nei giorni successivi, tuttavia, una parte significativa dei beni sottratti venne recuperata dalle autorità e restituita ai rispettivi proprietari, anche se non tutto fu possibile recuperare.

Il misterioso "capo dei capi"

Uno dei personaggi più enigmatici delle insorgenze polesane è il celebre Bagigi di Sant'Apollinare. È importante distinguere attentamente ciò che affermano le fonti da ciò che emerge dall'analisi comparata della documentazione. Nella cronaca dell'assalto di Adria, Carlo Bullo non nomina mai Bagigi. Descrive invece un uomo che viaggia su un calesse insieme al medico Domenico Astolfi, originario anch'egli di Sant'Apollinare. Questo personaggio indossa un caratteristico cappello da sgherro ed è rispettato dagli insorti come il "capo dei capi", senza che venga indicato il suo nome.

Diversa è invece la documentazione relativa all'assalto della municipalità di Papozze del 9-10 luglio 1809, dove compare esplicitamente un Bagigi di Sant'Apollinare, indicato tra i principali comandanti insieme ai capi di Gavello, Ferro e Rampega. Anche in questi documenti Bagigi viene descritto con un caratteristico cappello verde, simile a quello degli sgherri.

La coincidenza della provenienza geografica, il ruolo di comando attribuito, la particolare descrizione del copricapo e la stretta vicinanza temporale tra gli assalti di Adria e Papozze costituiscono elementi che permettono di formulare una concreta ipotesi storiografica. È quindi possibile che il misterioso "capo dei capi" descritto da Bullo e il Bagigi documentato negli atti di Papozze siano la stessa persona. Al momento, tuttavia, questa rimane una ricostruzione fondata sulla convergenza delle fonti e non su una identificazione esplicita contenuta nei documenti. Se tale ipotesi fosse confermata da ulteriori ritrovamenti archivistici, Bagigi emergerebbe come il principale coordinatore delle insorgenze del Medio e Basso Polesine e come possibile collegamento con gli ambienti filo-austriaci attivi durante la campagna del 1809.

Ore 17.00 – La bandiera austriaca

Nel pomeriggio entra in città una terza colonna. Gli insorti arrivano da Porta San Giovanni, provenendo da Boara e Anguillara. A guidarli sono Liberale Cecchetto e il giovane possidente Domenico Lavezzo. È quest'ultimo che estrae una bandiera austriaca e la innalza nella piazza principale sul pennone del mercato. L'intento è evidente: convincere la popolazione che l'esercito imperiale sia ormai vicino.

Le campane cessano di suonare a martello e iniziano a suonare a festa. Ma l'entusiasmo dura poco. Le diverse bande non riescono a trovare un accordo sulla strategia e il gruppo proveniente da Boara decide infine di ritirarsi, portando via anche la bandiera.

Il destino di Domenico Lavezzo

Le ricerche archivistiche mostrano che Domenico Lavezzo non scompare dopo i fatti di Rovigo. La sua presenza è compatibile con le successive azioni insurrezionali che coinvolsero Anguillara, Borgoforte, Rotta Nova e il territorio di Cavarzere, località nelle quali è documentata anche l'attività di Liberale Cecchetto.

Lavezzo verrà infine catturato durante lo scontro della Rezinella insieme ad altri capi delle bande. Trasferito prigioniero a Chioggia, sarà successivamente condotto verso Anguillara, dove verrà fucilato.

Ore 19.00 – La reazione della città

Nel tardo pomeriggio alcuni cittadini decidono di reagire. A guidarli è il sacerdote Benedetto Carnacina, detto Belisario. Con lui combattono il facchino Posteggio e il commesso di finanza Masiero.

Lo scontro provoca la morte di due insorti, numerosi feriti e circa sessanta prigionieri. Il successo della reazione cittadina permette di organizzare la difesa di Rovigo. Le porte vengono barricate e per tutta la notte vengono organizzate ronde armate.

L'inizio del declino dell'insurrezione

La morte di Bagigi probabilmente durante lo scontro della Rezinella e la cattura di Domenico Lavezzo e la seguente fucilazione rappresentarono un duro colpo per il movimento insurrezionale.

Nonostante ciò, la rivolta non cessò. I fratelli Giocoli e numerosi altri capi continuarono infatti la guerriglia nel Medio e Basso Polesine ancora per diverse settimane, mantenendo viva la resistenza fino al mese di settembre.

Conclusioni

La giornata del 7 luglio 1809 dimostra come l'insurrezione polesana fosse tutt'altro che una semplice sommossa improvvisata. L'ingresso coordinato delle tre colonne da Porta d'Arquà, Porta San Bortolo e Porta San Giovanni, la presenza di capi riconosciuti e il rapido propagarsi della rivolta nei giorni successivi indicano una struttura organizzativa ben più complessa di quanto tradizionalmente ritenuto.

Le nuove ricerche archivistiche consentono oggi di delineare con maggiore precisione il ruolo dei protagonisti e aprono nuove prospettive sull'identità di quello che le cronache definirono il misterioso "capo dei capi".

Fonti

  • Carlo Bullo, Notizie raccolte sulle insorgenze del 1809, Nuovo Archivio Veneto.

  • Documentazione originale delle municipalità di Crespino, Papozze, Gavello e Villanova Marchesana.

  • Atti giudiziari e documentazione relativa ai processi contro gli insorti conservati negli archivi di Ferrara e Chioggia.

Nota dell'autore: Le identificazioni proposte riguardo a Bagigi di Sant'Apollinare e al suo possibile ruolo di "capo dei capi" rappresentano una ricostruzione storiografica basata sull'incrocio delle fonti archivistiche e cronachistiche finora note. Esse vengono presentate come ipotesi di ricerca e non come dati definitivamente accertati.

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