Il clero diviso nelle rivolte contro Napoleone nel Polesine 
Il clero diviso nell’età napoleonica: tra insorgenze popolari e collaborazione con il regime francese.

Il clero diviso nell’età napoleonica: tra insorgenze popolari e collaborazione con il regime francese.
Tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento l’arrivo dei governi giacobini e poi del dominio napoleonico provocò profondi cambiamenti nella società italiana. Nuove amministrazioni civili, coscrizione militare obbligatoria e trasformazioni politiche investirono anche le comunità più piccole.
In questo contesto anche il clero, tradizionale punto di riferimento religioso e sociale delle popolazioni, si trovò coinvolto in un conflitto che non era soltanto politico ma anche morale e comunitario. Nel Polesine, come in molte altre zone dell’Italia settentrionale, i sacerdoti non reagirono tutti allo stesso modo.
Alcuni si schierarono con le insorgenze popolari antifrancesi, altri invece collaborarono con le nuove istituzioni create dal regime napoleonico. Ne nacque così una profonda frattura interna al clero, riflesso delle tensioni di un’epoca segnata da rivoluzioni e repressioni.
I sacerdoti che guidarono le rivolte
Uno dei casi più noti riguarda Don Giacomo Giorgi di Ariano. Nel 1799, durante le insorgenze contro i governi giacobini, il sacerdote contribuì alla mobilitazione della popolazione locale dopo l’arrivo di alcune truppe austriache nella zona.
In molte realtà rurali il parroco rappresentava la figura più autorevole della comunità. Per questo motivo non fu raro vedere sacerdoti diventare punti di riferimento delle insorgenze popolari.
Gli abitanti di Ariano si sollevarono contro i sostenitori del regime filo-francese e riuscirono anche a catturare l’equipaggio di una cannoniera francese sul Po, conducendo poi prigionieri e bandiere alle autorità alleate.
Anche nel Delta del Po emerge la figura di Don Carlo Giocoli, legato alle agitazioni della riviera del Po. Alcune fonti ricordano come gruppi di insorti intercettassero imbarcazioni legate all’amministrazione francese, sequestrando viveri e merci che venivano redistribuiti alla popolazione locale duramente colpita dalle requisizioni e dai rincari imposti dalle municipalità filofrancesi.
Il clero sospettato di sostenere gli Insorgenti
La diffidenza delle autorità napoleoniche verso il clero emerge chiaramente da un rapporto del cancelliere del Censo di Lendinara dell’8 luglio 1809, nel quale si afferma senza mezzi termini:
«Il clero è il peggiore nemico del Governo».
Secondo il documento molti sacerdoti non si sarebbero impegnati per sedare i tumulti popolari. Solo i parroci di Villanova e Ramodipalo venivano indicati come fedeli alle autorità.
Il cancelliere segnalò quindi al vescovo alcuni sacerdoti ritenuti indulgenti verso le Insorgenze, tra cui:
- Don Angelo Guaita
- Don Antonio Baccaglini
- Don Giuseppe Zanetti
- Don Giovanni Battista Gallo
Questo documento mostra quanto l’amministrazione napoleonica guardasse con sospetto una parte del clero locale.
I sacerdoti che collaborarono con le autorità napoleoniche
Un caso significativo emerge a Mazzorno, allora frazione della municipalità di Bottrighe. Il parroco Don Angelo Costantini compilò una lista degli Insorgenti del proprio paese, indicando nomi e attività svolte durante i tumulti.
Questa operazione non riguardava soltanto Mazzorno. Le autorità municipali avevano infatti invitato tutti i parroci delle parrocchie della municipalità — Bottrighe, Panarella, Bellombra e Mazzorno — a redigere due elenchi: uno dei giovani nati negli anni 1789 e 1790, destinati alla coscrizione militare, e uno degli abitanti considerati insorgenti.
In una delle lettere con cui trasmise le liste al sindaco, Don Costantini raccomandò però che il suo nome non venisse divulgato come autore delle segnalazioni, dichiarando di temere possibili ritorsioni e di agire per timore della propria vita.
Sacerdoti con la Guardia Nazionale
Durante le agitazioni del 1809 alcuni sacerdoti collaborarono direttamente con le autorità civili.
È il caso di Don Mastini di Cavarzere Sinistro (oggi San Giuseppe frazione di Cavarzere), che operò insieme alla Guardia Nazionale della municipalità, intervenendo negli scontri o cercando di mediare con gli Insorgenti.
A Rovigo, nello stesso anno, viene ricordato anche Don Benedetto Carnacina, detto Belisario, tra coloro che presero parte alla reazione contro i ribelli. Negli scontri che seguirono due insorgenti furono uccisi, diversi feriti e circa sessanta disarmati e fatti prigionieri.
La figura di Carnacina rimase legata a questi eventi anche negli anni successivi. Ormai ultranovantenne, nel 1866, all’ingresso delle truppe italiane nei territori veneti dopo la fine del dominio austriaco, egli venne insignito di una medaglia ad honorem per il comportamento tenuto nei fatti del 1809 e per essersi opposto agli insorti.
Il caso di Don Arcangelo Cimante
Uno degli episodi più emblematici delle tensioni tra clero e amministrazione napoleonica riguarda Don Arcangelo Cimante, parroco di Santa Maria della Tomba ad Adria.Le autorità lo accusarono di aver favorito alcuni parrocchiani nell’ottenere l’esenzione dalla coscrizione militare, attraverso certificazioni che avrebbero evitato l’arruolamento nell’esercito napoleonico.
I fatti contestati risalivano probabilmente agli anni 1807-1808, ma il processo si svolse nel 1809 tra Adria, Rovigo e Venezia. Alla fine il sacerdote venne assolto per insufficienza di prove.
Un fenomeno che andava oltre il Polesine
Nel Vicentino, ad esempio, il sacerdote Don Marini venne fucilato dalle truppe napoleoniche nel 1809 per il suo coinvolgimento nelle agitazioni contro il dominio francese.
Ancora prima, nel 1798, nel territorio del Dipartimento del Basso Po, il sacerdote Don Pietro Maria Zanarini fu fucilato a Ferrara dopo aver abbattuto due alberi della libertà eretti davanti alla sua chiesa, simboli del nuovo ordine rivoluzionario.
Una Chiesa divisa in un’epoca di rivoluzioni
Alcuni sacerdoti sostennero le comunità locali e le Insorgenze popolari contro il dominio francese.
Altri invece collaborarono con le municipalità e con le istituzioni del regime napoleonico.
In mezzo a queste due posizioni si muoveva una realtà molto più complessa, fatta di pressioni politiche, timori personali e difficili equilibri all’interno delle comunità.
Una frattura che racconta bene il clima turbolento dell’Italia tra rivoluzione e impero.
Marco Fornaro
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